Stamattina é stato come fare un tuffo nella scatola dei ricordi. La vita compie giri misteriosi, a volte si perdono di vista delle persone e a volte le si ritrovano, fortunosamente.
Sono andata a trovare una ex collega di lavoro che non vedevo da una dozzina d’anni, insieme con un’altra collega dell’epoca. Eravamo un terzetto affiatato, si rideva molto, ci si raccontava molto. Il lavoro non era facile, e questa nostra alleanza ci dava conforto.
La prima volta che le diagnosticarono il cancro, Marina aveva una figlia di 4 anni. Pretese di vivere anche per questo. Da allora, questa é la terza recidiva.
Stamattina sono tornata nella sua bella casa, curatissima e piena di piante ed orchidee spettacolari, ma la cosa che era più in evidenza, sul tavolo, era una grande scatola piena di farmaci vicino a una spessa cartella clinica. Marina si é scoperta il petto e ci ha mostrato con semplicità la valvola che le hanno messo per iniettarle il cocktail di farmaci. Ha detto soddisfatta che é molto pratica, ma la vera ragione per cui gliela hanno impiantata é che non ha più vene disponibili.
Ci ha mostrato le foto della nipotina che é nata nel frattempo, delle figlie e di sé nei viaggi che ha fatto. Commenta l’ultimo, di questa estate, dicendo che é contenta di averlo fatto perché ora non può andare da nessuna parte. Parla delle terapie, delle biopsie, degli interventi, dei medici che la seguono. Mi offre uno sguardo su una realtà che non si può immaginare se non la si vive.
E mi sento fortunata, perché io quella realtà non la conosco, non so cosa significhi attendere settimane per l’esito di un esame, non so cosa significhi monitorare i neutrofili, non so cosa vuol dire perdere la sensibilità periferica, gonfiarsi, perdere i capelli, vedere i denti che si danneggiano. Marina ha sempre molto coraggio, ora come allora, affronta tutto in modo pragmatico e va avanti.
Le racconto un po’ di me, delle scelte e dei cambiamenti di lavoro che ho fatto in questi anni. L’altra nostra amica ha adottato un bambino nepalese e sta lasciando un po’ da parte il lavoro per occuparsi di lui. Marina sottolinea che il lavoro é una delle cose di cui preoccuparsi di meno, che sono ben altre le cose importanti.
Ci offre del pane fatto in casa. Le mie ex colleghe scambiano di tanto in tanto una semplice frase in una lingua comune che io comprendo poco, ma ancora ricordo. Quando lavoravamo insieme la avevo sempre nelle orecchie. Mi rendo conto della loro delicatezza e del loro affetto nei miei confronti perché mi hanno permesso, da “straniera”, di entrare nella loro realtà. Il parlare nella loro lingua non é affatto un intento di escludermi ma l’esatto contrario, un aprirmi un mondo il cui accesso é in genere precluso agli estranei. Chi vive una realtà minoritaria ha sempre un vissuto di persecuzione, e chi viene da fuori é visto come pericoloso.
Mi rendo conto che ho un bisogno enorme della loro lingua, che rappresenta radici e legami. Solidità, identità, sicurezza.
Marina non era al corrente della mia separazione. Senza sapere granché di quel che ho vissuto, decreta che ho fatto bene, ci sono persone che non sono mai soddisfatte dentro e danno il tormento agli altri, e con questi non si può vivere.
Quando ci salutiamo mi dice con un sorriso spontaneo che spera che la prossima volta che ci vediamo io sarò accompagnata da un uomo che va bene. La ringrazio, ma non credo comprenda fino in fondo quello che lei ha dato oggi a me, quanti motivi ho per ringraziarla profondamente.





L’albero di Natale sta per perdere i suoi gingilli e la coppa é vuota. La mente pian piano si rivolge alla ripresa delle attività quotidiane.
Accendo una candela rossa.

